Migranti: di cosa abbiamo davvero paura?
Migranti: di cosa abbiamo davvero paura?

Il contributo della psicologia per spiegare il fenomeno del razzismo.

Tempo di lettura: circa 5 minuti

Il complesso tema dei migranti è spesso affrontato dando spazio soprattutto agli aspetti politici e sociali.
Tuttavia, per comprendere davvero questo fenomeno, è necessaria anche una riflessione più profonda che prenda in considerazione gli aspetti psicologici ad essa connessi.
Il mio scopo in questo articolo è quindi di raccogliere alcuni contributi psicologici utili per spiegare cosa c’è alla base della cosiddetta “paura del diverso”.

La paura dell’Altro: il contributo della psicoanalisi

«Pochi sembrano accorgersi che gli altri sono loro.» (C.G.Jung – Lettere 3, p.181)

Per capire bene la paura dell’Altro è necessario introdurre il concetto di ombra proposto da Jung. L’ombra rappresenta gli aspetti oscuri, inconsci e terrificanti che sono tali perché non sono vissuti e non sono conosciuti dalla persona. Le persone, di solito, tentano in tutti i modi di “nascondere” a se stessi e agli altri la propria ombra, le proprie paure.
I migranti, invece, con la loro condizione disperata, ci obbligano a guardare in faccia alcune delle nostre paure più profonde che con tanta fatica eravamo riusciti a seppellire nei meandri del nostro inconscio, illudendoci che non esistessero.

Pietro Stampa, in un interessante articolo pubblicato nel 2016 su Il Fatto Quotidiano (1), sottolinea come l’angoscia che il migrante si porta dietro è per noi letteralmente incomprensibile. Non c’è nulla nella nostra esperienza che ce la renda accessibile, che ci permetta di identificarci. Siamo, infatti, le prime generazioni nella storia dell’umanità che non hanno conosciuto direttamente guerre, persecuzioni e carestie.
Pensare che una persona possa essere costretta a lasciare la propria terra a causa di una guerra, della fame o di persecuzioni politiche o religiose è per noi impensabile: trovarci di fronte ai migranti ci costringe a vedere dal vivo le conseguenze di queste situazioni drammatiche e, inevitabilmente, riattiva in noi le paure inconsce connesse ad esse.

Se si prende in considerazione questa paura dell’Altro anche alcuni slogan come “aiutiamoli a casa loro” assumono un significato diverso. In “aiutiamoli a casa loro”, probabilmente, si cela la speranza di non vedere letteralmente i migranti.

Migranti come capro espiatorio

Zygmunt Bauman, uno dei più grandi sociologi dei nostri tempi, nel suo libro Modernità liquida (2), ha affrontato il tema della libertà all’interno della società contemporanea.
Attualmente è fortemente condivisa l’idea che ognuno è padrone e artefice del proprio destino: viviamo in una società dove, apparentemente, con sudore e impegno, si possono ottenere tutti i risultati che si desiderano.

Ma la libertà non sempre è sinonimo di felicità. Tale assunto, infatti, implica anche che la responsabilità dei propri fallimenti dipenda solo da se stessi.
In altre parole, se vivo in un mondo con possibilità infinite, dove ognuno potenzialmente può diventare quello che vuole ma io non ci riesco, non potrò incolpare nessuno tranne me stesso. Ad esempio, se non trovo lavoro è perché non ho studiato abbastanza oppure perché non ho mai imparato ad affrontare un colloquio, oppure perché sono uno scansafatiche eccetera.
Vivere quotidianamente con il rischio dell’autocondanna e della disistima di sé non è questione di poco conto.

Ed è in questo contesto che si mette in atto il processo mentale automatico del capro espiatorio per salvarci dalla frustrazione e dal senso di colpa.
E i risultati sono evidenti:

La nostra epoca è quanto mai gravida di capri espiatori, si tratti di politici dalla vita privata dissennata, di criminali che sbucano fuori da vicoli oscuri, o estranei mischiati a noi. È un’epoca di lucchetti rinforzati, di allarmi antifurto, di palizzate e filo spinato, di incessante controllo sui vicini di casa […]” (pag. 32).

Al giorno d’oggi sembra abbastanza evidente che i migranti (ma non solo, ovviamente) abbiano assunto il ruolo di capro espiatorio.

Spesso, infatti, per le persone può risultare difficile individuare i responsabili dell’attuale condizione di fragilità sociale ed economica e per questo motivo è più facile (e tranquillizzante) indirizzare la rabbia verso le minoranze poiché sono facilmente riconoscibili e isolabili.

Il pregiudizio

Quando si parla di migranti non si può non far riferimento al concetto di pregiudizio inteso come  una valutazione negativa (o a volte anche positiva) verso una categoria di persone basata NON su dati di fatto o su una conoscenza diretta, ma su generalizzazioni.
Diversi studi hanno dimostrato che le persone percepiscono i gruppi estranei come più omogenei rispetto al proprio gruppo, in altre parole, “loro sono tutti uguali, mentre noi siamo tutti diversi” (3).

Infatti, Tajifel e Turner, nella loro Teoria dell’identità sociale (4), sostengono che di solito le persone, quando entrano in contatto con soggetti appartenenti al loro stesso gruppo (ingroup), tendono a minimizzare le differenze e ad accentuare le somiglianze mentre, quando entrano in contatto con soggetti appartenenti ad un gruppo diverso (outgroup), avviene il contrario. Ad esempio, ipotizziamo di leggere sul giornale che un soggetto X ha commesso un crimine. Se X appartiene al mio ingroup (ad esempio è italiano) allora sarò portato a credere che gli attributi negativi siano legati alla singola persona (“X è un delinquente”), viceversa, se X NON appartiene al mio ingroup (ad esempio è nigeriano) sarò portato a pensare che quell’attributo negativo sia tipico di tutti i soggetti che appartengono a quel gruppo (“X, come tutti i nigeriani, è un criminale”).

Altre due caratteristiche distintive del pregiudizio sono:

  1. La selezione delle informazioni: si colgono soprattutto tutti quegli elementi che confermano il pregiudizio mentre si trascurano quelli che lo disconfermano. Ad esempio, se sono convinto che i migranti siano propensi a commettere furti tenderò a dare credito quasi esclusivamente a quegli articoli di giornale che riportano notizie di questo genere ignorando il resto.
  2. L’attribuzione causale: quando ci si imbatte in elementi che contraddicono il pregiudizio essi vengono attributi a fattori situazionali, cioè considerati come eccezioni, casualità. Ad esempio, se credo che i migranti siano tendenzialmente disonesti ma leggo che uno straniero ha trovato un portafoglio con molti soldi e lo ha riportato al proprietario, sarò portato a pensare che lui sia solamente un’eccezione e di conseguenza non modificherò il mio pregiudizio.

Non sono razzista ma…

Strettamente connesso al pregiudizio troviamo il razzismo.
Oggigiorno, il razzismo inteso come mancato riconoscimento dell’altro a cui non si attribuisce dignità pari alla propria sembra essere scomparso. Ciò è dovuto al fatto che nelle moderne società occidentali non è più socialmente accettabile esprimere apertamente pregiudizi nei confronti di gruppi minoritari. Ma ciò non significa che il pregiudizio sia scomparso, semplicemente si è “evoluto” ed ha assunto forme più sottili.

Sears e Henry parlano di razzismo moderno (5), ovvero, le discriminazioni non vengono più associate alla razza di per sé ma, ad esempio, a quelle politiche a sostegno delle minoranze e dei programmi per il welfare. I razzisti moderni negano l’esistenza della discriminazione sociale e quindi dichiarano che queste politiche siano ingiuste.

Katz e Hass, invece, hanno introdotto il concetto di razzismo ambivalente (6): la persona sperimenta ed esprime, nei confronti delle minoranze, a volte sentimenti estremamente positivi (discriminazione inversa), altre volte sentimenti estremamente negativi.

Conclusioni

Come sottolineato nella premessa, questo tema è talmente ampio ed è stato trattato da così tanti autori appartenenti a diverse discipline che risulta impossibile essere esaustivi.

Tuttavia, credo che se si vuole affrontare un argomento così delicato è indispensabile mettere da parte le proprie convinzioni politiche e verificare la veridicità delle informazioni di cui si è già in possesso (poiché molto spesso sono informazioni distorte o completamente false).

Inoltre, solo se si ha davvero voglia di conoscere in primo luogo se stessi con tutte le paure che ci portiamo dietro e, in secondo luogo, il migrante che si ha di fronte nella sua unicità di individuo con un bagaglio culturale e sociale diverso dal nostro, sarà possibile affrontare con successo il fenomeno dell’immigrazione e dell’accoglienza.
Personalmente non vedo altre vie d’uscita se non questa.

Valerio Di Lazzaro

Bibliografia e sitografia

(1) https://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/29/migranti-sindrome-dellassedio-di-chi-abbiamo-davvero-paura/2769132/

(2) Bauman Z. (2000), Modernità liquida, Editori Laterza, Bari, 2011.

(3) Judd C.M., Park B. (1988), Out-group homogeneity: Judgments of variability at the individual and group levels, in “Journal of Personality and Social Psychology”, 54, pp. 778-788.

(4) Tajfel H. e Turner J.C. (1986), The social identity theory of intergroup behaviour, in Worchel e Austin [1986, 7-24].

(5) Sears D.O. e Henry P.J. (2003), The origins of symbolic racism, in “Journal of Personality and Social Psychology”, 85, pp. 259-275.

(6) Katz I. e Hass R.G. (1988), Racial ambivalence and American value conflict: Correlational and priming studies of dual cognitive structure, in “Journal of Personality and Social Psychology”, 55, pp. 893-905.

Image credit: REUTERS/Leonhard Foeger 

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